Di madre in figlia

27 Gen

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All’alba di qualche giorno fa, è mancata mia nonna materna. Era nell’aria, ma io non me l’aspetto mai, ché se non sento la parola “cancro” a me pare sempre tutto risolvibile. Di nuovo avverto che se ne è andata una parte di qualcosa, nella pancia. Non so che nome abbia ma so bene che non tornerà, come l’estate dell’ottatatré, il catalogo dei gelati Eldorado, l’innocenza e un mucchio di altre cose. Da mia nonna Teresa ho passato tutte le domeniche pomeriggio, fino ai quindici anni. Ricordo le sue tagliatelle al ragù, la fettina e la torta mantovana. Quest’ultima la rifiutavo sempre, per un fatto che alla mia famiglia fa sempre molto comodo non capire: io le torte secche non mi piacciono! Vicino alla stufa a legna teneva una presina col simbolo di un abete e la scritta “Auguri Despar”. Da piccoli, io e il mio amico Matteini, abbiamo esclamato “auguri despar!” ad ogni festività, poiché pensavamo fosse una formula di augurio ricercata, tipo latina, dannunziana o venusiana. Non so a che età incocciai in un supermercato Despar, so solo che ci rimasi malissimo. Mia nonna mi regalava sempre una calza di dolciumi, per la befana. L’ultima risale a qualche settimana fa. Non l’ho aperta, mi ero promesso di farlo quando stava meglio e ora so che quella calza resterà per sempre così.
Avrebbe compiuto novantaquattro anni il prossimo 15 giugno, il giorno dopo i miei trent’anni. Novantaquattro anni sì, eppure i discorsi tipo “ormai aveva vissuto la sua vita” mi rendono sempre alieno.
Due mesi fa era caduta in bagno e si era rotta il femore. Pur essendo fisicamente fragilissima e soffrendo da tanti anni di parkinson, ha dovuto essere operata. Tuttavia, nonostante il buon esito dell’intervento, una volta svegliatasi dall’anestesia non è più riuscita a bere e mangiare e ha vissuto queste ultime settimane alimentata da flebo, seppur quasi sempre lucida.
In questi ultimi due mesi, ciò che più mi ha colpito è stato il pudore dei sentimenti di mia mamma, la sua figlia minore, e non ringrazierò mai abbastanza di avere in giro per casa questa mamma qui. Ho visto i suoi occhi accendersi di combattiva speranza per ogni mezzo biscotto bagnato nel latte che sua madre era riuscita a inghiottire (e mi chiedo come la vita possa umiliarci così), poi il disincanto di altri momenti, ma senza mai rassegnarsi, senza mai correre avanti con la mente, con tanta dignità, motivazione e senza chiacchiere inutili. Sentimenti semplici di una ex operaia Mimmina, mai fatti pesare a qualcuno, come fosse inammissibile per lei non cucinare per noi, fra una corsa e l’altra da mia nonna, che stava con mia zia.
La verità è che io ho sempre sopportato la mia sofferenza (mi frequento da una vita), ma non reggo quella delle persone che ho più vicine, intime, che per me non hanno segreti e che conosco come le mie tasche. Mia mamma, ora, non riesco a guardarla nemmeno negli occhi. Cosa c’è negli occhi di chi ha appena sotterrato la propria madre? Non voglio saperlo. E’ come spiare la disillusione più completa, la sofferenza più cruda, spogliata, scarnificata, senza sovrastrutture, senza più nessuna speranza, senza più lotta nè scelta. Non c’è niente di zen, è solo l’orribile silenzio dopo la tempesta. E’ fissare un condannato a morte prima della scarica, sbirciare da una finestra che dà sull’aldilà, come dover avvertire una bimba della morte della propria madre, fissandola dritto negli occhi. Vorrei che mia mamma dimostrasse almeno un poco d’ipocrisia e superficialità. Ma l’ho scorsa piangere, da sola, in silenzio, mentre lavava i piatti o faceva il bucato. L’altra mattina non m’ha svegliato la telefonata di mia zia, ma un rumore debolissimo: mia mamma che tirava su col naso. Non ci posso nemmeno pensare.
Questa mamma che mi fa sempre incazzare per il suo pacifismo rinunciatario, devota cattolica, che qualche volta fa finta di non vedere più in là del suo naso, che vota sempre al centro, che però guarda esclusivamente film dell’orrore e ascolta i Queen, Daniele Silvestri e i Beatles. Ma canta “Lady B” invece che “Let It Be” (ma si può?), e se la correggo il lunedì, il martedì canterà lo stesso e a me questa cosa dà una rabbia omicida. Questa donna che per un occhio distratto sarebbe solo una semplice casalinga, una delle tante, e scomparirebbe sullo sfondo del mondo. Io che la vedo da vicino da trent’anni, anche se spesso mi impegno a non guardarla sul serio, so bene che persona realmente spettacolare è. Anche se quel verso della canzone Un Angelo Blu, dice “in gabbia la terrò” e non certo “in gabbia blaterò”. Ma ci vuole tanto, Mara?!
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34 Risposte to “Di madre in figlia”

  1. lozissou gennaio 27, 2008 a 12:59 am #

    Ah.

  2. dezzyboy gennaio 27, 2008 a 2:32 am #

    molto delicato, un sorriso triste

  3. Costa gennaio 27, 2008 a 2:49 am #

    In verità erano questi i momenti che più mi mancavano di te.Ti abbraccio.:)

  4. frank gennaio 27, 2008 a 9:29 am #

    Ti sono vicina, a te e alla Mara.Prima volta che scrivi un post così esplicito. Complimenti. 

  5. Fotone gennaio 27, 2008 a 11:23 am #

    TUTTE le persone che hanno superato i 43/48 anni, in realtà, cantano Lady B e non Let it be. Anche se conoscono l’inglese e sanno benissimo che non esiste nessuna Lady Biana. Come, del resto, incominciano a spostare gli accenti, da proparossitoni a super acuti (leggasi Telecòm, Upìm…).Mi dispiace tanto per la nonna… 😦

  6. pu-ragno gennaio 27, 2008 a 11:45 am #

    Questo post mi ha fatto piangere. Ma a tua mamma le dici queste cose, Acid? Lozissou, que tuo “ah” potrebbe voler dire tante cose: troppi sentimenti ti ha suscitato questo post da poterli verbalizzare altrimenti?

  7. lozissou gennaio 27, 2008 a 12:02 pm #

    >troppi sentimenti ti ha suscitato questo post da poterli verbalizzare altrimenti?Sì. Sentimenti esterni e interni, concordanti e discordanti, personali e altrui, intimi e pubblici. Mi risparmio le tirate d’orecchi, del tutto personali e solipsistiche, ad alcuni commenti altrui (e a molti altri che, tristemente, verranno: già ne immagino nitidamente una decina bòni), anzi no: Frank, davvero non me ne volere, ma quel “Ti sono vicina, a te e alla Mara” m’ha fatto scompisciare. Anche se so/intuisco che è sincero, urgentissimo, segreto nell’essere a disposizione di chiunque, hai usato una formula tanto a buon mercato che quantomeno mi fa ridere grasso. A meno che d’immaginarti raccogliticcia a pallina sulla spalla destra di Acidshampoo e sgomitare, lottare per estenderti, per spanderti tutta sulla base del suo collo e, con calore, essergli ancora più vicina, il più vicina tutta possibile. E poi saltare come un grillo da Acid alla Mara, dalla Mara ad Acid, in un moto perpetuo e fatigante, a provare la stessa spossatezza, la stessa pena. OTEMIO, MA VICINA CHE VI SO’! Immagine che, nella mia testa, funziona pure a meraviglia.

  8. pu-ragno gennaio 27, 2008 a 1:42 pm #

    Guarda Lozissou, non dovrei essere io a risponderti ma Frank, ma non mi trattengo. Ma non è che questa avversione alla “retorica” cela in realtà una certa mancanza di sentimenti? Non cattivi sentimenti, che sarebbe già qualcosa, ma mancanza di sentimenti. Quando qualcuno muore sfido chiunque a trovare le parole giuste. E allora in quel momento ci vengono in aiuto le formule come “ti sono vicina”. Fra tutte le formule si sceglie quella che più si avvicina al sentimento che si prova, e fra tutte la Frank ha scelto proprio quella lì, magari perché si sente davvero vicina. Il tuo “ah” non è che sia meglio di “ti sono vicina”, no? Te, che ti senti? Che senti? Ma senti?

  9. Occhidoro gennaio 27, 2008 a 1:48 pm #

    un braccio modenese tutto per il Gori.

  10. lozissou gennaio 27, 2008 a 2:10 pm #

    Belle questioni, pu-ragno, e ben poste.Sento, sì. Sento una ferita, uno strappo che non voglio/non posso colmare; sento un interrogativo cui non so rispondere; sento un’inquietudine che non so spiegarmi in testa né dispiegare a parole; sento un vuoto che non so/non posso/non voglio riempire. Sento che “ah” è tutto quello che so esprimere con sincerità forse inutile. Sento che un “Ti sono vicina” sarebbe acqua fresca su una ferita: scorre via senza lasciare traccia. Sento che, su quella ferita, vorrei soffrire con l’acqua ossigenata, vorrei confortarmi con un unguento. Sento che se sento un “Ti sono vicina” e poi, girandomi, vedo che vicino a me non c’è nessuno, mi sentirei preso in giro. Sento che semmai vorrei essere vicino e non dire di esserlo.In generale, sento che si dicono troppe parole e che l’afasia non è necessariamente una mancanza.

  11. pepita gennaio 27, 2008 a 2:18 pm #

    Mi verrebbero da dire un sacco di cose, soprattutto sul penultimo capoverso, ma son tutte cose molto mie e tutti commenti molto tristi, sgradevoli e decisamente fuori luogo, qui. Quasi come l’ultimo di Lozissou…

  12. pepita gennaio 27, 2008 a 2:19 pm #

    RECTIUS: gli ultimi due di Lozzisou.

  13. lozissou gennaio 27, 2008 a 2:58 pm #

    >gli ultimi due di Lozzisou Grazie. Vedi, pu-ragno, che era meglio l’ah.Ah, la battagliera pepita…

  14. lozissou gennaio 27, 2008 a 10:46 pm #

    Ho visto Into the Wild.La visione mi ha lasciato con un’unica reazione possibile: spero che l’intera mandria degli All Black stupri e sevizi a oltranza Robin Wright in Penn ed eventuali prole a carico di quel manigoldo di Sean, noto martire post-Katrina-Bush-fa-schifo-viva-la-natura-libera-e-selvaggia.Dio, che vomito di film! Acidshampooes astenersi.

  15. pu-ragno gennaio 27, 2008 a 10:58 pm #

    Mi è piaciuta la tua risposta, Lozissou. Sono d’accordo che a volte non ci sono parole, l’importante è che dietro non ci sia mancanza di compassione/interesse per quello che succede attorno. Tutto dipende però da chi hai davanti, no? Chi hai davanti sa se il tuo silenzio è un silenzio di disinteresse o no o se il tuo “ti sono vicino” è sincero o no.Per quanto riguarda “Into the Wild”, non ti sembra di esagerare un po’? Cioè, se tu avessi veramente il potere di (far) stuprare e seviziare a oltranza Robin Wright, Penn ed eventuale prole (addirittura), lo faresti sul serio? Non è anche questo un caso in cui si sprecano troppe parole per dire che semplicemente il film non ti è picaiuto?

  16. alessandro longo gennaio 27, 2008 a 11:13 pm #

    Mi dispiace Alessandro

  17. lozissou gennaio 27, 2008 a 11:46 pm #

    >lo faresti sul serio? Cacchio, hai ragione! A oltranza forse no, facciamo al primo spareggio e pari e patta eh? (spallucce spallucce). >Non è anche questo un caso in cui si sprecano troppe parole per dire che semplicemente il film non ti è picaiuto? Ti dirò che mi sento di dire che tutte le parole erano necessarie per far esprimere come, perché e quanto il film non mi sia piaciuto. Però, c’hai l’occhio lungo e anche stavolta hai visto bene: la preposizione di stato in luogo/appartenenza “in” tra Wright e Penn l’ho proprio sprecata!

  18. pu-ragno gennaio 28, 2008 a 1:21 am #

    Pensavo che fosse un gioco di parole per insinuare un rapporto amoroso fra Wright e Penn. Ma se comunque ti ha suscitato emozioni fort(emente negative) mi sa che lo vado a vedere.

  19. Daiana gennaio 28, 2008 a 11:17 am #

    Anche a me viene da dirti che mi sento vicina a te e alla Mara che è una donna  dolcissima. Mi sono sentita vicino e partecipe durante la lettura e da dopo aver letto sento la stessa sensazione ogni volta che ci penso perchè racconti emozioni vere, presenti e vive  che quasi ognuno di noi ha provato o proverà anche se vorrei sperare il contrario. Hai sintetizzato la realtà più schietta della vita di ogni essere umano, il minimo che si possa fare credo sia di sentirsi vicini soprattutto quando certe esternazioni vengono da una persona capace di una sensibilità eccezionale come la tua. Non capisco come si possa essere in disaccordo anche su questo.Un abbraccio

  20. Francesco gennaio 28, 2008 a 11:59 am #

    ciao acid..ti posso kiedere 2 cose..xkè non mi risulkta ke il tuo blog abbia i feed? metto il tuo sito nel reader di google ma non fa! grrre poi un’altra cosa…non hai un indirizzo mail o msn o altro a cui poterti contattare..?CIao…Francesco.

  21. Oleandro gennaio 28, 2008 a 4:30 pm #

    La nonna (Canti di Castelvecchio)Giovanni PascoliTra tutti quei riccioli al vento, tra tutti quei biondi corimbi, sembrava, quel capo d’argento, dicesse col tremito, bimbi, sì… piccoli, sì… E i bimbi cercavano in festa, talora, con grido giulivo, le tremule mani e la testa che avevano solo di vivo quel povero sì. Sì, solo; sì, sempre, dal canto del fuoco, dall’umile trono; sì, per ogni scoppio di pianto, per ogni preghiera: perdono, sì… voglio, sì… sì! Sì, pure al lettino del bimbo malato… La Morte guardava, La Morte presente in un nimbo… La tremula testa dell’ava diceva sì! sì! Sì, sempre; sì, solo; le notti lunghissime, altissime! Nera moveva, ai lamenti interrotti, la Morte da un angolo… C’era quel tremulo sì, quel sì, presso il letto… E sì, prese la nonna, la prese, lasciandole vivere il bimbo. Si tese quel capo in un brivido blando, nell’ultimo sì.

  22. pu-ragno gennaio 28, 2008 a 4:39 pm #

    A me Pascoli m’è sempre piaciuto (anche se questa è un po’ inquietante). Non che mi ricordi niente, ovviamente, ma oltretutto è citato anche in “Regalo di Natale”!

  23. Pinxor gennaio 28, 2008 a 8:49 pm #

    Solo ora leggo e apprendo. Condoglianze Ale.  Condoglianze Mara. Questo post è decisamente più che un post. E’ un pezzo di vita. Credo che meriti un po’ più di pudore. 

  24. mato gennaio 29, 2008 a 12:08 am #

    Mi spiace molto acid.(E’ un post degno di uno scrittore vero)

  25. Quadrilatero gennaio 29, 2008 a 12:23 am #

    Condoglianze Acid.A presto. 

  26. pepita gennaio 29, 2008 a 12:45 pm #

    Questo è Pirandello, mi conquistò molti anni fa:”Siamo o non siamo su un’invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira e gira, senza saper perché, senza pervenir mai a destino, some se ci provasse gusto a girar cosí, per farci sentire ora un po’ piú di caldo, ora un po’ piú di freddo, e per farci morire – spesso con la coscienza d’aver commesso una sequela di piccole sciocchezze – dopo cinquanta o sessanta giri?”

  27. jomarch gennaio 29, 2008 a 6:09 pm #

    un abbraccio forte forte

  28. chiara gennaio 29, 2008 a 9:13 pm #

    un abbraccio forte a te, Ale, e a Mara, una Signora Mamma,  piena di premure e attenzioni, capace di spargere amore con ogni suo gesto o parola…che non si può non rimanerne meravigliati o intimam legati da una cordicella tenera d’affetto….questo post non si può commentare…solo “ascoltare”…e arriva, arriva la eco grigia di un vuoto che fa male.(a presto…)_Chiara_ 

  29. anfiosso gennaio 31, 2008 a 10:29 am #

    Mi dispiace.(Hai un bel carattere).d.

  30. kreisky gennaio 31, 2008 a 9:30 pm #

    Questo post è bellissimo, pieno di pudore e delicatezza,grazie e ciao

  31. Vincenzo febbraio 1, 2008 a 12:52 pm #

    mi dispiace.

  32. Dillydoll febbraio 2, 2008 a 10:21 am #

    Che dire? Hai colto certe cose che sono difficili da dire e da raccontare…nel miglior modo possibile. Mi hai fatto venire un’angoscia che conosco bene e che cerco sempre di dimenticare.

  33. Toscana Jones febbraio 3, 2008 a 5:38 am #

    L’anno scorso se n’è andato anche mio padre, che soffriva di cuore già da qualche anno. Quando le sue condizioni si erano aggravate, tanto da non riuscire più a uscire di casa, io e mia mamma avevamo cominciato a pensare al momento in cui avrebbe varcato la soglia dell’infinito, avevamo capito che ci saremmo dovuti abituare all’idea di perdere una persona cara… ma vederlo andare via nel giro di 2 o 3 giorni mi ha fatto capire che, nonostante ci si prepari all’avvenimento, quando succede davvero non sei mai pronto… non è mai come te l’aspetti, e ti lascia con quella sensazione di vuoto, quell’impotenza che si prova solo davanti alla morte.Un abbraccio.

  34. Imago Lucis (redazione di mammenellarete) febbraio 15, 2008 a 12:34 pm #

    Ogni volta che suona il telefono in orari non “canonici” il mio cuore si tuffa in un saliscendi di battiti incontrollati. La mia famiglia è lontana e spesso sceglie di non mettermi al corrente quando succedono “fatti” tragici. Così mi barcameno tra le mie intuizioni e le informazioni reali e spesso mischio e non so rimanere freddo.La calza della tua nonna rimarrà chiusa per un pò, è certo.Spero che dopo tempo tu possa riaprirla e scoprire di nuovo le gioie (ormai depurate dal dolore) che avete condiviso insieme.Ciao 

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