Tortura

10 Nov

Le porte del furgone blindato si aprirono appena questo si fermò nel cortile interno della caserma. Il ragazzo fu preso a schiaffi e calci, tanto che perse l’equilibrio e cadde, sbucciandosi le ginocchia sotto i jeans. La ragazza venne strattonata e tirata giù per i capelli. “Puttana!” la apostrofò un maresciallo dalla faccia bonaria che si era affacciato alla finestra giusto per assistere all’evento. Poi scesero gli altri quattro manifestanti che erano stati fatti salire assieme a loro. La caserma era quella di Bolzaneto, ma i due ragazzi ancora non lo sapevano. Li avevano presi durante gli scontri a Genova, in città. Non stavano facendo niente, semplicemente nel caos che si era creato erano stati troppo lenti, ed erano stati catturati.

La rabbia che serpeggiava nel reparto di Polizia era tremenda. Non erano riusciti a mantenere tutto tranquillo. Ci sarebbero state grane. Qualcuno gli aveva rovinato il lavoro, qualcuno li aveva mostrati a tutto il mondo, durante questa riunione dei G8, come degli incapaci. Qualcuno: i comunisti. Capelloni, drogati, froci. E puttanelle che si arrapavano solo a darla a uno che sembrasse Jim Morrison. Gli andava data una bella lezione, quella che i loro genitori non erano stati ancora capaci di dargli.

I metodi generali della tortura sono sempre quelli dell’Inquisizione, non c’è stata una grande evoluzione da allora. Alle mostre di attrezzi di tortura lo sguardo dei curiosi si focalizza sempre sulle stesse cose, la Vergine di Norimberga, il letto di chiodi, i ferri usati per tormentare i condannati nei genitali e nelle parti più sensibili; in realtà la violenza era soprattutto di natura psicologica. Questo non significa che non ci fosse violenza fisica. Questa accompagnava ogni quaestio, e a volte provocava la morte dell’imputato, ma era comunque subordinata alla violenza psicologica. Gli esaminandi venivano innanzitutto spogliati, per metterli in una condizione di inferiorità tangibile di fronte al potere dell’inquisitore. Inoltre, per accrescere il loro timore, venivano condotti sempre in luoghi bui e nascosti per l’interrogatorio. A questo punto venivano loro mostrati i vari strumenti e ne veniva spiegato l’uso. Tutto questo per rendere ben chiaro all’imputato che ormai era totalmente nelle mani degli inquisitori.

“Spogliatevi!” intimò Rosselli, serio. I due prigionieri erano stati isolati dagli altri per essere interrogati separatamente. Gli altri aspettavano, dall’altra parte della caserma: erano stati fatti mettere in piedi nel cortile interno, contro il muro. Ormai erano in piedi da tre ore. I ragazzi si erano divertiti su di loro, li avevano presi a pugni in faccia, gli avevano sbattuto la testa contro il muro, pisciato addosso, fatto cantare Faccetta Nera. Ed ora era il momento dell’interrogatorio di questi due, qui davanti a lui, sorretti da due uomini del reparto. “Lei sta scherzando! Non abbiamo fatto niente!” urlò la ragazza. “Questo è un abuso di potere! Noi vi denunceremo, non siamo in Argentina!!”. “Non discutete, siete davanti a un pubblico ufficiale! Spogliatevi!”, rispose Rosselli.

“Spogliatevi!”. Questa era l’ultima cosa che Gianni si sarebbe aspettata. Era venuto a Genova dal suo paesino abbarbicato sulle Alpi per dimostrare in piazza contro lo strapotere delle multinazionali. A diciotto anni non aveva le idee molto chiare sulla politica: quello di cui era certo era però che il mondo andava male perché il potere era nelle mani di pochi, che lo esercitavano senza controllo. Inquinavano, impedivano che sul mercato arrivassero cose che a loro non convenivano (come la famosa auto a idrogeno), sperimentavano gli Ogm direttamente sui consumatori. Era certo anche che i partiti tradizionali non avrebbero mai fatto niente contro questi grandi personaggi. La sua idea era dunque quella di manifestare pacificamente. Far arrivare un messaggio chiaro: quelli contrari a certe cose erano molti, e si stavano mobilitando.

Il poliziotto Ermanno Rosselli quando era tra i suoi amici si dichiarava fascista, apertamente e con orgoglio. Si riteneva uno dei pochi coraggiosi ad esplicitare un pensiero che in fondo era di tutti: che la vita fosse dei più forti, e che bisognasse lottare all’ultimo sangue per dominare. Tutti lo pensavano, dai bottegai, agli agenti di borsa, ai criminali, ai poliziotti come lui. La vita è del più forte, ed è per questo che il più forte deve comandare, deve avere il potere assoluto. Gli unici che non lo ammettevano neanche a sé stessi erano questi aborti di comunistoidi. Ragazzini incoscienti, figli di uomini senza storia, deriva genetica della grande Razza Latina. I loro corpi invece di fortificarsi nelle palestre si infiacchivano con l’ozio e le droghe. Il loro sesso diveniva neutro: uomini, appoggiavano le pazzie delle femministe, si mettevano sotto alle loro donne; o peggio ancora, rivolgevano il loro piacere verso altri uomini. Rosselli gli augurava l’inferno, in questa vita e nell’altra. Lui invece anche in campo sessuale era una forza, e non aveva limiti: né con la moglie né con le altre. Non gli dispiacevano neanche i filmati estremi che trovava su internet, in cui le donne si accoppiavano a cani e somari.

Non era possibile, pensava Gianni. Lui e Ilaria torturati psicologicamente dentro una caserma dello Stato Italiano da un commissario aiutato da due poliziotti in divisa. Era il segno della fine: da domani l’Italia sarebbe stato un paese in guerra civile, con carri armati che percorrevano le strade principali delle città. E lui si trovava in prima fila, ad assistere al golpe. Il golpe iniziava con lui.
Come riuscire a cavarne le gambe? Cosa si doveva fare di fronte alla violenza? Assecondarla per cercare di calmarla o opporvisi, non darle appiglio? Decise per la seconda strategia. Questo pezzo di merda di commissario doveva vedere di che pasta erano fatti i montanari.

L’appuntato Antonioni era cosciente che la situazione era una di quelle forti. Doveva comportarsi al meglio, dimostrarsi all’altezza. Stava lavorando col grande Rosselli, un commissario molto rispettato. Aiutato dal “Sardo”, teneva fermo il ragazzo mentre si divincolava. Era uno tosto, si era rifiutato di urlare “Viva il duce!” quando Rosselli glielo aveva chiesto, e non si era voluto neanche spogliare, nonostante qualche cazzotto messo bene l’avesse preso. La ragazza stava piangendo disperata. Bene, un’altra volta avrebbe pensato prima a quello che faceva. Il commissario ora stava ordinando di spogliarsi a lei, altrimenti avrebbe fatto pestare il suo amico veramente a sangue, fino a farlo svenire. Forse era un bluff, ma stava funzionando. Il ragazzo scalpitava, era tremendo, accidenti a lui. Quella si spogliava. Non era neanche male! Solo per questo spogliarello Antonioni sentiva di aver guadagnato la giornata. Ed ecco che Rosselli aveva escogitato anche un’altra bella pensata. Mentre la ragazza restava dentro, accompagnò il ragazzo, che Antonioni doveva sempre tenere ben fermo, alla porta. Anche l’altro appuntato rimase fuori. “Tu aspetta qua… vedere certe cose ti potrebbe fare male…” Rosselli sorrideva. Il ragazzo era spaventato davvero, lo scherzo stava riuscendo. “Ora alla tua amica farò vedere come sono fatti i veri uomini. Non è male, sai? Forse un po’ troppo magra… ma mi va bene anche così”. Tornò nella stanza sbattendo la porta. Ad Antonioni un po’ dispiaceva di dover perdere di vista la ragazza.

“Bastardi! Non potete fare questo! Bastardi!!!”. Rabbia cieca e impotente. Cazzotti nello stomaco, che levano il fiato. Raccogliere tutte le forze a disposizione, in un disperato tentativo di liberarsi, correre nella stanza, salvare Ilaria. Voglia di uccidere il commissario a seggiolate, rubargli la pistola e sparargli. Tutta l’adrenalina in circolo nel san
gue. Tutte le forze ai massimi livelli, tutte le risorse richiamate sull’attenti. La mente, il corpo, lo spirito. Le forze latenti, i filamenti di DNA che in genere rimangono inattivati, la memoria genetica degli antenati, che si perde lungo i labirinti della storia e in quelli del periodo precedente alla storia: il mito. Il cuore prende a battere molto più velocemente. Un sordo ronzio copre nelle orecchie ogni altro rumore.
Il mondo diventa rosso scuro. L’Inquisizione ha risvegliato il mostro.

Dal rapporto segreto X22-01 sui cadaveri ritrovati nel commissariato della caserma di Bolzaneto, ala B, primo piano.
Corpo A: Appuntato Antonioni Danilo. Età: 22. Ferite lacerocontuse alla spalla sinistra, molto gravi. La spalla completamente dislocata dalla sede naturale. La ferita prosegue nel collo: il corpo è semidecapitato. Clavicola rotta ed esposta. Costole superiori sinistre spezzate. Ferite di origine sconosciuta all’addome, dai contorni sfrangiati. La morte è avvenuta per dissanguamento.
Corpo B: Appuntato Morittu Mario. Età 30. Una sola ferita molto profonda, all’addome. Ferite di origine sconosciuta. Il tessuto muscolare dell’addome è stato lacerato. In seguito dall’apertura sono stati estratti tratti dell’intestino e altri organi interni: stomaco, milza. La morte è avvenuta per dissanguamento.

Nuda davanti alla scrivania del commissario. Mai nella sua vita si era sentita così in pericolo. Provava vergogna, rabbia, umiliazione. Sentiva che, dopo questo, niente sarebbe stato lo stesso: la realtà aveva perso per sempre ogni suo aspetto rassicurante, e ora incombeva sopra di lei con un peso insostenibile, dal soffitto della caserma, dagli scaffali dei verbali. Come un animale braccato, si concentrava unicamente sulle proprie possibilità di sopravvivenza, rimandando a dopo ogni altro pensiero. Ma i rumori fuori dalla stanza la scossero, e la resero certa che il peggio stesse accadendo a Gianni. Sembrava che gli avessero aizzato contro dei cani feroci. Cosa stava succedendo? In quale incubo erano finiti? La porta si spalancò. La mente di Ilaria, già sconvolta, cercò con ogni forza di non perdere la presa sulla realtà. Dalla porta era entrato un enorme animale, un mostro grondante sangue. Il volto di lupo sorrideva.
Gli occhi che la guardavano non avevano niente di umano. Ilaria urlò con quanto fiato aveva.
Il commissario, dal canto suo, era pietrificato. Sembrava un bambino che stesse assistendo all’arrivo del baubau. I capelli gli si stavano rizzando letteralmente in testa. Una macchia di urina gli si allargò nei pantaloni, e cominciò a sgocciolare sul pavimento. Non ebbe tempo di dire o fare altro: le zampe della bestia lo afferrarono e lo sollevarono in aria. Denti lunghi come coltelli gli affondarono ai lati della faccia, si serrarono e tirarono per strappare. Facendo attrito sulle ossa degli zigomi, gli sfilarono via la faccia come se fosse una maschera. Poi la bestia masticò. Si inginocchiò sul corpo che stava perdendo lentamente la vita, tra documenti e fascicoli, e proseguì il suo lavoro, addentando e mangiando.
In qualche modo Ilaria trovò il modo di reagire, di passare a lato dell’orrore che era entrato e di fuggire via, nuda, per la caserma. Nessuno la notò.

Dal rapporto segreto X22-01 sui cadaveri ritrovati nel commissariato della caserma Bolzaneto, ala B, primo piano.
Corpo C: sconosciuto. Tronco umano privo della testa e degli arti, ad eccezione della gamba destra e della gamba sinistra fino al ginocchio. Parzialmente divorato. Mancano i genitali, ma il sesso della vittima è certamente maschile. Il resto degli arti non è reperibile. Si pensa ad una grossa belva feroce, scappata dalla villa di qualche collezionista di animali esotici. Le ricerche finora sono state infruttuose.
Corpo D: sconosciuto. Ragazzo di età inferiore alla ventina. Probabilmente al seguito dei manifestanti di Genova. Abiti quasi completamente strappati. Trovato dagli agenti del commissariato mentre stava compiendo atti di cannibalismo sul corpo C, già ucciso dalla bestia feroce. Appariva in forte stato confusionale; ha tentato resistenza ed è stato abbattuto. Molte ferite di arma da fuoco al petto, alla testa e alle spalle. La morte è avvenuta per dissanguamento.
Si dispone che il presente rapporto sia mantenuto segreto, al fine di evitare ulteriori polemiche e speculazioni che potrebbero colpire i Corpi di Pubblica Sicurezza in seguito agli arresti compiuti nei giorni del G8 di Genova.

Ilmarinaio

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