Sesso, civette e malasanità

15 Ago

Le filastrocche illustrano episodi realmente avvenuti. Una volta non c’erano i giornali, le televisioni, ma si inventava per ogni fatto veramente importante, che contenesse in sé una spiegazione (delle tante possibili) di questo mistero che è la nostra vita, un mito. Vedi per esempio i miti e le tragedie greche: tutte cose vere. Il Minotauro per esempio era un portatore di handicap un po’ incazzoso che il padre aveva rinchiuso in un ospizio-lager e che si sfogava mangiando cristiani. etc. etc.
Tra l’epoca dei miti e la nostra moderna e perfetta epoca dell’informazione (nella quale giustamente ci arrivano solo le informazioni davvero utili, quelle di rilevanza sociale, mica quelle che facciano leva sui nostri istinti e sul nostro senso dell’orrore, mica i bambini trovati nei sacchetti-ammazzati-pipati-sciagattati) ci fu un lungo medioevo, un periodo di interregno nel quale le notizie si trasmisero in forma di filastrocca.

Ambarabà ciccì coccò
Tre civette sul comò
Che facevano l’amore
Con la figlia del dottore
Il dottore si ammalò
Ambarabà ciccì coccò.

Questa storia, quanto mai attuale, ci viene raccontata da un ceccoamanuense arabo nella Sicilia occupata dai mori (IX secolo d.c.). Inizia innanzitutto con una formula rituale:  “Amba-arabat-cheek to cheek-control!”, che era a quel tempo come dire “Pronto?” e significa alla lettera: “A tutti i fedeli all’ascolto, ci siete?”. Infatti le filastrocche a quel tempo venivano diffuse dall’alto dei minareti, in una sorta di canto, e si aprivano e chiudevano con questa formula. Possiamo immaginare una città del tempo riecheggiare migliaia di volte di questa frase, pronunciata da voci diverse, specie la mattina o verso il tramonto. La prima strofa si è trasformata nei secoli nel conosciuto “Ambarabà ciccì coccò”, attraverso varie forme di transizione che non è compito nostro studiare. Il testo prosegue: “Tre civette sul comò che facevano l’amore con la figlia del dottore”. Notate subito una cosa strana: il verbo è preceduto da “che”, la frase è una relativa. Ãˆ strano, no? Questo indusse il celebre Ulrich von Grimm a affermare con sicurezza che Ambarabà, Ciccì e Coccò fossero nientemeno che i nomi delle tre civette. La sua teoria fu confutata e ridicolizzata al XV° congresso dei Filostrologi, nel 1964; per la vergogna lo studioso si uccise buttandosi dal campanile del duomo di Arezzo vestito da civetta. In realtà la strofa inizia così perchessì, ovverosia per ragioni puramente metriche. Dunque queste tre civette, i cui nomi purtroppo rimangono nell’ombra (io ipotizzo che fossero: Ugo, James Brown e Graziella) vivevano sul comò della figlia di un dottore e facevano l’amore con lei. La figlia faceva la sua vita, e quando si trovava da sola apriva il comò e passava momenti indimenticabili con le civette. Tutto questo sarà cominciato per gioco, ma pian piano è mutato, è diventato amore.  Nonostante questo, il fato era avverso a questa felice unione, anzi quartetto: un giorno il padre, importante dottore (ricordiamo i progressi della medicina nel mondo arabo, rispetto a quello cristiano, che faceva veramente schifo a questo livello) torna a casa prima, ancora sudato, pieno di stress per il lavoro al Pronto Soccorso, si toglie il camice e va in cerca della figlia. Apre la porta della sua camera, dalla quale proviene uno strano rumorìo di stridii e ali sbattute, e vede la scena. La camera è sempre la stessa, i poster delle rockstar del momento, l’armadio, la finestra. Ma sul letto sta avvenendo qualcosa che il dottore sulle prime fatica a mettere a fuoco. La figlia è nuda, e la attorniano le civette, che sembrano come fare una specie di danza.  Dal piumaggio di James Brown emerge un mostruoso fallo viola, che lei afferra con la mano e a cui comincia a praticare una appassionata fellatio; intanto Ugo la penetra con energia, ma allo stesso tempo con dolcezza. Graziella le sta sopra, le stimola il seno con le zampe e le bacia i capezzoli. La figlia emette mugolii di piacere, accarezza le penne delle civette, inarca la schiena, si dimena. Il padre non dimenticherà mai la scena, che gli resterà come incisa nella corteccia cerebrale: non sarà più quello di prima, la sua salute mentale da questo momento sarà minata per sempre. L’ossimoro che ben conosciamo si realizza:  “il dottore si ammalò”. Inutili le spiegazioni della figlia, inutile che anche le civette, ricompostesi, gli abbiano spiegato il loro amore e l’intenzione di sposarsi in rito poligamico, e gli abbiano fatto vedere anche l’estratto conto della banca. Il padre cade in depressione, non vuole più saperne della vita, passa giornate apatiche rinchiuso in casa, poi un giorno compra una balestra e comincia a sparare dalla finestra alle civette che vede passare. Ed anche la sua vita professionale è finita. Perché nessuno (pregiudizi del tempo) si sarebbe fatto curare da un dottore la cui figlia faceva l’amore con tre civette.

Francesco Rivolta

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